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    "MA LA GLORIA NON VEDO"

    19 Agosto 2012 16.55 - di Francesco Dell'Aira - Fonte: Terni in rete - cod.343599

    Rubriche / C'è un mondo strano, strano e fantastico :: "MA LA GLORIA NON VEDO"

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     O patria mia, vedo le mura e gli archi e le colonne e i simulacri e l’erme Torri degli avi nostri, Ma la gloria non vedo,…(Giacomo Leopardi “All’Italia”)

    Ed aggiungendo il mio al pensiero di Leopardi, quasi cento anni fa, confermo che la gloria non vedo in questo meraviglioso Paese spinto inesorabilmente a far appassire tradizioni, cultura, iniziativa, estro ed inventiva, ma anche orgoglio, passione e spirito solidale perché ormai stremato e deluso.
    Viene da chiedersi, leggendo i giornali: dove stiamo andando? e soprattutto: come ci stiamo andando ? E' appunto il come che mi preoccupa più del dove che ne è conseguenza.
    Una breve riflessione sul come. Tutto è infatti contraddizione rispetto anche alla logica del buon padre di famiglia che il legislatore ha aggiunto finanche nel codice per assicurare il buon senso ed il ragionamento equilibrato alla rigidità della norma.
    L'attuale legislatura si avvia rapidamente alla conclusione in una debacle che non accenna a placarsi e l'aver provato a sollevare appena un po' il coperchio non ha prodotto che modesti risultati. Né poteva essere il contrario giacché non è con i modelli teorici elaborati nelle aule della Bocconi che si sconfigge una caparbia e spregiudicata e consolidata politica che ha privilegiato il consenso a discapito del benessere del cittadino, ma con l'analisi, la conoscenza, il confronto e quell'equità che è subito scomparsa anche dai discorsi programmatici di inizio mandato.
    Il consumo di un motore d'auto sul banco di prova non dà che una indicazione di riferimento su quello effettivo in marcia dell'autovettura che dipende invece, come ben noto, da innumerevoli variabili che ognuno può agevolmente provare ad immaginare.
    Gli enormi costi che il Paese dei soli "noti al fisco" sta sopportando è privo dell'unica tutela possibile. Da sempre è stata estromessa dal dibattito sulle spese dello Stato e sulle scelte (tutte ed a qualsiasi livello) la valutazione del merito e della responsabilità personale di chi le ha decise. Non è il controllo di legittimità a poter arginare il fiume di denaro che continua incontrollato a scorrere. E ne abbiamo prova nella costante crescita del debito pubblico, ormai vicino alla soglia dei 2.000 miliardi di euro, nonostante l'aumento vertiginoso delle tasse e la diminuzione delle spese pubbliche correnti.
    Sono i "non noti", quelli cioè che non adempiono al dovere di contribuente, a determinare una evasione stimata di 120 milioni l'anno e che hanno costituito depositi nella sola Svizzera per almeno 140 milioni e che non sono colpiti dalla riforma del lavoro, dalla perdita del posto e della pensione, dalla pressione del fisco.
    Si stima poi che nei "paradisi fiscali" del mondo, siano depositate ricchezze stimate (certo non solo italiane perché il malcostume non ha bandiera) corrispondenti all'intero PIL degli Stati Uniti e del Giappone.
    Di contro il contribuente che ha reddito fisso da lavoro dipendente è costretto ad accedere al prestito per far fronte al pagamento delle nuove tasse.
    Questo gestire la cosa pubblica senza tenere d'occhio la qualità della vita del cittadino e l'eguaglianza di fronte alla legge, quindi il primo dovere di uno Stato, determina oggi che quest'Italia viva al di fuori dei principi costituzionali.
    Così abbiamo una Repubblica che non si basa più sul lavoro, dove non si contribuisce al suo mantenimento in proporzione alle risorse di ciascun contribuente, dove non si amministra più la giustizia e tutti i servizi pubblici sono inadeguati alla pressione fiscale. Il Parlamento non è più il luogo della dialettica e del confronto ma solo quello della ratifica di iniziative legislative emergenziali quasi esclusivamente di iniziativa governativa. Le leggi si applicano solo se riconfermate da una ulteriore legge ovvero restano in quarantena; l'applicazione è poi sempre subordinata ad ulteriori interventi che non arrivano mai. A determinare l'altra grave afflizione del cittadino è infatti il tempo lunghissimo che bisogna sempre attendere ogni qual volta l'avvio di una azione o di una procedura dipenda dalla macchina pubblica.
    Ed a ben riflettere, conseguenza anche questa del paradosso in cui viviamo, prima o poi un magistrato si accorgerà che stiamo violando norme imperative. Ad inesaustivo esempio citiamo il decreto legislativo del 16 luglio 2012, ossia il provvedimento di regolarizzazione di immigrati irregolari. Un solerte procuratore ci potrebbe identificare tutti come datori di lavoro che mantengono irregolarmente i circa 500.000 irregolari presenti in Italia: quelli che ci lavano i vetri dell'autovettura o ci chiedono l'elemosina all'uscita dal supermercato.
    E così non vedo alcuna gloria in ogni nostra azione di cittadini ignavi, di amministratori approssimativi e superficiali, di politici o governanti in tutt'altre faccende affaccendati. Tutti aspettiamo il "miracolo" che non meritiamo e nel frattempo teniamo ben stretta la nostra poltrona o le nostre misere certezze, sordi all'assordante grido di dolore degli otto milioni di cittadini in difficoltà che non arrivano a fine mese o si dibattono fra problemi che non potranno mai portare a soluzione.
    Ed intanto continuiamo a scivolare verso il basso. Le imprese italiane si trasferiscono e non investono, le imprese straniere perdono interesse, il settore pubblico si paralizza, il patrimonio storico e culturale si depaupera, le banche si chiudono ai tradizionali e virtuosi canali di redistribuzione dei capitali per diventare speculatori finanziari ed assorbire esse stesse quelle risorse economiche disponibili sottraendole al cittadino.
    E non vedo alcuna gloria nell'aver epurato, di fatto, dalla vita attiva e di relazione una intera fascia della popolazione quella degli ultra settantenni, completamente incapace di interagire con un sistema orientato verso l'informatizzazione e la digitalizzazione e che produce esclusione in modo disumano cioè impedendo il contatto. Il computer non ha anima e così la soppressione è più raffinata di quella che la storia dello scorso secolo ci ha raccontato, ma l'annullamento è identico nei risultati ed è perverso proprio per l'aumento stimato dell'età media e ci colpirà tutti.
    E non vedo alcuna gloria nel lento trascorrere del tempo senza alcuna azione, non vedo alcuna gloria nell'incapacità di indignarci di fronte all'enormità delle ingiustizie e delle impunità degli sperperi senza limite.
    E concludo con l'argomento fra i più pressanti, quello dell'esecuzione penale, che riguarda gli ultimi fra gli ultimi e che è "naturalmente" considerato il metro di misura della civiltà di un popolo.
    I detenuti, colpevoli o innocenti, italiani o stranieri sono persone affidate ad altre persone e quindi abbisognevoli di una tutela straordinariamente attenta perché ogni loro azione è dipendente da altri e già questo è terribile perché incide sulla dignità, sulla libertà, sui diritti inalienabili.
    Un anno fa il Presidente della Repubblica definì "prepotente urgenza" la questione penitenziaria in occasione del grande convegno organizzato dal Senato con il Partito Radicale. Ancora oggi e da parte di 120 illustri professori universitari viene presentata una ulteriore petizione perché qualcosa si muova in questo clima di indifferenza e di prepotente illegalità. Lo stesso Ministro della Giustizia non fa mistero della invivibilità del sistema penitenziario italiano e sono talmente evidenti le violazioni della Costituzione e dell'ordinamento penitenziario che la Corte europea dei diritti dell'uomo - sommersa da 1.200 ricorsi solo di semplici detenuti - si prepara a emettere ancora una sentenza per denunciare le carenze strutturali dell'Italia in materia. Il tutto nel silenzio più totale dell'informazione, che del carcere ignora i morti e anche i vivi e che si sveglierà solo in presenza del "fatto di cronaca cruente e terribile" per trovare, solo allora, interesse ad una campagna mediatica.

    Si, non vedo la gloria, e provo anche tanta vergogna.
    Francesco Dell'Aira.
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