Telai del vecchio iutificio Centurini, macchinari di archeologia industriale, rubati e venduti come ferro vecchio, a peso. E fusi; i blocchi stampi della officine Bosco, in legno, esposti _ anni addietro _ al pubblico furono bruciati perché occupavano spazi su cui parcheggiare; i clichè delle cartoline Alterocca (c'è la storia del mondo, lì) sparsi per terra perché _ per fortuna _ non possono essere venduti come ferrovecchio. E gli esempi potrebbero moltiplicarsi: dall'abbandono dell'archivio storico della Bosco, all'utilizzo di capitelli Romani per fare panchine ai giardini pubblici, al "ruspaggio" della cappella privata degli Spada in corso del Popolo, ecc. ecc. E' questa la sensibilità culturale ternana. Non un minimo di rispetto per la storia della città. Nemmeno per quella industriale, quella che _almeno per sentito dire _ in parecchi dovrebbero sapere essere unica ed importante. Una storia antica, misconosciuta perché non coltivata nei decenni scorsi, nemmeno (o forse soprattutto) da coloro che dovrebbero svolgere il ruolo di mosca cocchiera. Così è successo che, quando vicino alla stazione si trovarono quattro tombe, ci fu la fila per abbarbicarsi alla recinzione di cantiere; per vedere. Gente sorpresa _ forse _ di venire a conoscenza che Terni è esistita anche secoli prima delle acciaierie. Gente che non aveva mai saputo, e non solo per colpa sua, che quelle quattro tombe fanno parte di una grande necropoli trovata lì, a San Pietro in Campo, alla fine dell'Ottocento: una necropoli che si estendeva fin là dove le acciaierie, che tutto hanno inglobato, furono costruite. Del materiale archeologico trovato a Terni poche cose sono rimaste: il resto è stato messo in casse che ora stanno negli scantinati della Soprintendenza a Perugia o di musei romani. Non fruibili, quei reperti, ma almeno protetti, hanno detto coloro che se li sono portati via. Come dar loro torto, però, se una delle più preziose di quelle poche cose che sono rimaste a Terni e che sono state esposte al museo archeologico cittadino, è stata rubata? Chi non ricorda che solo pochi mesi fa è sparita dal museo archeologico ternano una fibula d'oro proveniente proprio da quella necropoli? Un profitto per il ladro di poche decine di euro, un danno enorme per la città. "Può succedere", è stato detto… E lo stesso è accaduto per rari volumi scomparsi dall'archivio comunale di Collescipoli. E, restando a Collescipoli, quanto è stata lunga la storia dei moschetti dei garibaldini trafugati dall'ex municipio? Un dipendente comunale se li era portati a casa. «Per proteggerli dai ladri», disse. Ma non aveva avvisato nessuno. E adesso? Dove sono quei moschetti? Certo, dovrebbero essere i cittadini ad avere per primi rispetto per le proprie radici. Ma se ciò non è, tocca alle istituzioni tutelare quelle radici, valorizzare la cultura cittadina, intesa anche in senso antropologico. Cosa che avviene quando si rispetta quel che la storia ci ha consegnato, nel contempo valorizzandone e facendone conoscere l'importanza a quanti più è possibile, rendendo sensibili e quindi rispettosi ed orgogliosi del proprio passato e di un patrimonio che è di tutta la comunità e non "di nessuno". Che è successo a Terni? Che cosa è stato il "governo" della cultura? Concerti jazz, una stagione di prosa fotocopia di quelle che si tengono in tutte le altre città e cittadine umbre; il mantenere diverse associazioni che, ognuna per poco conto, organizzano concerti di musica classica e sinfonica. E ad ognuna un contributo: a volte sostanzioso, altre sufficiente giusto a mantenere una benevolenza verso il rappresentante pro tempore dell'istituzione. Salvo poi non avere i soldi per un concorso pianistico prestigioso e conosciuto in tutto il mondo come il Casagrande. Certo anche tutto ciò è cultura, come lo è tutto ciò che aiuta a crescere, che rende le persone più sensibili. Ma la politica culturale portata avanti dalle istituzioni si è fermata lì: è stata quella del piccolo cabotaggio, dell'apparire più che dell'essere; dei finanziamenti a pioggia (siamo arrivati anche a poche decine di euro) a questa e quell'associazione: clientelismo, in una parola. Salvo poi affidare a privati (in possesso di quali credenziali scientifiche?) la quasi totalità delle risorse finanziarie disponibili e la gestione della politica culturale dell'intera comunità ternana. Forse è il caso di cominciare chiedersi quali frutti abbia dato e stia dando questa privatizzazione. Se sia un buon affare, per la collettività ternana, questo investimento di diverse centinaia di migliaia di euro l'anno. Mentre sembra che non esista nemmeno un elenco del patrimonio storico (industriale e non) di cui la città è in possesso, né della sua eventuale ubicazione. Non si sa quel che c'è né dove sta. Può esserci chi si preoccupa di difenderlo?
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