Il carcere di oggi è fatto essenzialmente di detenzione sociale cioè di persone che appartengono a determinati gruppi nei quali i problemi introitati sono esattamente quelli da cui poi sbocciano il momento antigiuridico e il momento criminale. Non si può non riconoscere che su queste situazioni l'intervento sociale è stato o insufficiente o del tutto assente, spesso con l'alibi della carenza di risorse, ancor più di frequente per un interesse ad intermittenza che caratterizza questo particolare settore. Qualunque addetto ai lavori, ma anche gli osservatori meno attenti si rendono immediatamente conto che il contesto attuale è significativamente cambiato rispetto alla realtà nella quale è stata concepita la legge del 1975. Diversi sono gli utenti e diverse le problematiche rispetto a quegli anni. Siamo oggi attestati su percentuali di presenze di detenuti di origine extracomunitaria, ma anche di tossicodipendenti o portatori di grave disagio sociale, psichiatrico e psichico che poco hanno da condividere con le realtà di riferimento iniziali o, meglio ancora, con gli schemi all'epoca ipotizzati. Molti riferimenti e molti principi fondamentali non sono più attuali. Ad esempio è ben difficile leggere, rispetto ad un extracomunitario irregolare, la previsione del permesso nel caso di imminente pericolo di vita del familiare (art. 30 O.P.) o l'assistenza alle famiglie (art. 45 O.P.) o la sua assistenza post-penitenziaria (art. 46 O.P.). Anche la stessa libertà di professare la propria fede religiosa (art. 46 O.P.) o più semplicemente di avere corrispondenza telefonica con i parenti creano problemi organizzativi del pari alle diverse abitudini alimentari o alle esigenze scolastiche che richiedono una alfabetizzazione finalizzata all'apprendimento della lingua, non già ad imparare a leggere o a scrivere, come avviene per gli italiani. Ma può ancora agevolmente rilevarsi come altri principi fondanti, anche indipendentemente dalla mutata realtà penitenziaria cui si è accennato, si sono involuti, costretti da ragioni organizzative. Ci si riferisce, ad esempio, al principio della territorializzazione della pena , alla differenziazione dei circuiti penitenziari, ai consigli di aiuto sociale (art 74 O.P.). A volte interagiscono anche ragioni diverse: si può far riferimento al ridimensionamento delle disponibilità economiche, all'esodo del personale verso strutture diverse dagli istituti, alla normativa di cui al D.L.vo 626/94 - ora D.L.vo 81/2008 (sicurezza negli ambienti di lavoro) che hanno notevolmente inciso, in termini di forte ridimensionamento, su tutte le attività lavorative "produttive" degli istituti. Ecco quindi che la realtà ha necessariamente determinato condizionamenti importanti che hanno condotto ad un ampliamento di alcuni principi ed all'atrofia di altri su un impianto legislativo che non si è adeguato ma che si è adagiato su tutti gli operatori delle strutture operative periferiche. E quando si è espresso ha prodotto ancora maggiore carcerazione. Lo scopo del sistema dell'esecuzione penale non è quello di incarcerare ma quello della presa in carico di colui che non ha rispettato le regole. Cominciare a ragionare insomma in termini diversi e considerare il detenuto non un utente passivo, ma una risorsa a vantaggio della società. In ogni caso un soggetto attivo del quale occorre stimolare l'emersione delle potenzialità inespresse o nascoste, come pure la rilettura in chiave positiva e propositiva della propria personalità. 2.1 Le sue criticità.
Per sostenere le argomentazioni con qualche esempio, proviamo a sintetizzare alcune questioni tutte di attualità e ben conosciute agli addetti ai lavori:
1. Il Regolamento del 2000, per grandi parti inattuato, rende fuori legge gli istituti penitenziari per i mancati adeguamenti previsti dalla norma.
2. Le previsioni di cui al D.Lvo 81/2008 (già D.L.vo 626/94:Tutela della salute sui posti di lavoro) sono ancora indeterminate per il panorama penitenziario, ma costituiscono grave fonte di apprensione in termini di responsabilità amministrative, patrimoniali e penali. Il trasferimento del servizio sanitario penitenziario in quello nazionale ha ridimensionato il livello di assistenza ai detenuti ed i livelli di consulenza e di controllo a causa delle riduzioni di bilancio di cui soffrono le Regioni. Tutte le officine sono state chiuse o ridimensionate, sopravvivono barlumi di attività lavorative.
3. I detenuti, di contro, si caratterizzano per essere sempre più portatori di problematiche di disagio sociale o psicologico o psichiatrico. Sempre minori offerte di individualizzazione del trattamento, di reinserimento graduale nella società, ma soprattutto di scuola, preparazione professionale e lavoro.
4. Il dipanarsi di sacrosante norme di garanzia a tutela dei dipendenti operatori penitenziari (di entrambi i comparti) trascurano l'innalzamento della fascia d'età che determina maggiori difficoltà di impiego, un naturale invecchiamento fisico, l'obiettivo del pensionamento.
5. Si assiste ad un crescente ricorso all'azione giudiziaria in ambiti prima sconosciuti. Tanto per fare qualche esempio: la condanna dell'amministrazione per non aver rispettato i minimi spazi vitali, la recente condanna al risarcimento di 350.000 euro per non aver vigilato sull'introduzione di droga che ha determinato il collasso e la morte di un detenuto, l'inizio di procedimenti accertativi sul corretto uso dei fornelli in uso ai detenuti.
6. Sono costantemente ridotte le risorse per le ordinarie spese di gestione, per il pagamento delle prestazioni straordinarie del personale. Le spese straordinarie sono state azzerate. Scesi ormai al di sotto dei livelli minimi ed avendo illegittimamente accumulato (secondo le norme di contabilità dello Stato) notevoli debiti su alcuni capitoli di bilancio, se si vivesse in una struttura privata, saremmo stati tutti colpevoli di bancarotta.
7. Si sta violando, a causa della sterilità della politica di rieducazione del condannato, nella misura in cui se ne possa attribuire la responsabilità all'insufficienza dei fondi, la previsione contenuta nell'articolo 4 delle Regole penitenziarie europee che recita: Le condizioni detentive che violano i diritti umani del detenuto non possono essere giustificate dalla mancanza di risorse.
8. La contrazione di alcune spese (non viene da anni fornito il vestiario ai detenuti, il materiale di pulizia resta ormai a carico dei detenuti stessi) che fa da moltiplicatore all'emergenza del sovraffollamento rischia di trasformare gli istituti in un focolaio di infezione, dopo averlo trasformato in un luogo di tensione ed averlo restituito alla stagione della pena afflittiva.
9. L'aggrovigliarisi di norme, la contrapposizione degli indirizzi giurisprudenziali e normativi, l'indeterminatezza dello stesso status giuridico dei ruoli di vertice (leggasi legge Meduri), non sono compensati da un adeguato sistema di garanzie che invece appare ulteriormente ridotto nel confronto con organismi di sollecitazione senza responsabilità diretta.
E' necessario quindi, come si è già avuto modo di dire, che è occorre trovare un equilibrio ed un momento di riflessione che convogli le energie in una analisi che prenda il via da una valutazione ampia del contesto e che abbia ben chiaro che non si possono avere soluzioni parziali, capaci di inserirsi armonicamente in un ambito più complesso di interazioni, a meno che queste non si pensino all'interno dell'ambito stesso.
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